Centrano il realismo e le emozioni, l’immedesimazione e la trama, nel rapporto simbiotico che c’è tra consolle e grande schermo. Scopriamo insieme perché.

Super Mario, Tomb Raider, Resident Evil. La lista potrebbe essere infinita ed è fatta da tutti quei videogiochi che hanno poi trovato una loro declinazione cinematografica. Dai thriller ai fantasy, passando per gli storici, gli sparatutto, gli horror. Non c’è genere che non sia stato esplorato da questa simbiosi tra cinema e videogiochi. Un rapporto fatto di scambi, di assimilazioni, di trasformazioni tra tecniche narrative e rappresentative, con una linea di separazione sempre più labile e sempre più fina.

Ma quali sono i segreti di questo felice matrimonio? In che modo consolle e grande schermo si scambiano storie e paesaggi, trame e avventure? Cerchiamo di individuare tre punti di forza segreti.

Il fascino narrativo

Cuore di un buon film è, ovviamente, la trama. Deve essere avvincente, accattivante, ricca di suspense, assolutamente non scontata. La stessa ricetta dei videogame, il cui schema, tendenzialmente, è semplice: un personaggio principale, un obiettivo o un oggetto di desiderio, una serie di ostacoli da superare o di avversari da battere per raggiungerlo. È la composizione classica, che nasce dalla notte dei tempi del racconto orale dell’uomo. È stato il marchio di fabbrica dei racconti epici e medievali, oggi è l’ingrediente segreto di videogames e film.

È il caso di The Last of Us, action-adventure del 2013 targato Naughty Dog per PlaStation. Ambientato nel 2033 in Nordamerica, in uno scenario post-apocalittico dopo che un fungo ha infettato l’intera popolazione umana trasformandola in esseri mostruosi privi di senno, avrà presto anche un adattamento cinematografico. La sua distribuzione sarà affidata alla Columbia Tristar, la sceneggiatura sarà di Neil Druckmann.

L’aiuto tecnologica

L’altro segreto di questa unione tra videogame e cinema è, ovviamente, il progresso tecnologico. L’uso della motion capture e di altri strumenti simili hanno convertito gran parte della creazione di videogame ad una sorta di ripresa del film. Con la tecnologia che permette inoltre di lasciare intatte, e in alcuni casi di potenziare, tutte le intensità e le sfumature a livello vocale, di linguaggio del corpo, di movimenti con uno studio di scale, angolazioni, cornici e ottiche sempre più a servizio della storia e, quindi, dell’esperienza di gioco. Perché l’utente, o lo spettatore, deve innanzitutto emozionarsi, oltre che giocare o guardare semplicemente una pellicola. Deve potersi immedesimare in quel che vede, immaginarlo facilmente e tuffarsi nel mondo che ha davanti gli occhi.

La relazione simbiotica

Molto spesso alcuni film si presentano al grande pubblico con l’anima di un videogioco. Prendete il film Old Boy, di Park Chan-Wook, per esempio. Ricordate l’eterna lotta nel corridoio, dove Dae-su si muove lateralmente, combattendo contro un’orda di nemici armati di mazze e spranghe? Nella sequenza la macchina da presa si muove lentamente utilizzando una carrellata che abbraccia in orizzontale la totalità della scena. Condensata in pochi secondi c’è tutta l’essenza dei giochi a scorrimento orizzontale, come Wonder Boy, o verticale, come Tetris, con il protagonista che dal punto A deve dirigersi al punto B, attraversando una serie di ostacoli sempre più difficili.

È il piano di sequenza, quindi, il luogo privilegiato di fusione tra cinema e videogiochi. Tra emozioni, adrenalina e un pubblico attaccato allo schermo. O al joystick, poco importa.

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